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JAZZ CORNER — il Blog di Leonardo Boni

Leonardo Boni

LEONARDO BONI - Un giovane economista, appassionato di basket che nei timeout coltiva un grande interesse per la musica e per il jazz.

Sergio Mendes and Brazil '66

Se la Bossanova va oltre le proprie radici, oltre i confini braziliani, oltre le parole e le invenzioni di Jobim, è grazie a Sergio Mendes.

Siamo nel '66. Ci sono i Beatles che impazzano e sconvolgono la scena pop. Ci sono gli Stones che mostrano a tutti cos'è una rock'n'roll band.. e Sergio Mendes è un artista che coglie tutte le influenze del momento e le mixa insieme alle proprie capacità al piano in chiave Jazz.

Ho ascoltato recentemente questo album, e senza accorgermene, il repeat è andato avanti 4 o 5 volte, ed è un buon segno, come già accennato le scorse settimane. Lo si può ascoltare benissimo in macchina, non sembrerebbe, ma fidatevi.

Partiamo con ordine. Dall'inizio, e che inizio. E' Mas Que Nada. Il boom di Sergio Mendes. La canzone porta sulla scena internazionale la musica tradizionale brasiliana con un ritmo prorompente, insieme alla voce di Lani Hall che si innalza su uno swing incalzante.

Si rispettano le architetture del maestro Jobim, e lo sentiamo che riecheggia in tutte le canzoni dell'album soprattutto dall'impostazione delle percussioni e dallo stile di Mendes. Ma c'è qualcosa in più. La voce di Lani Hall fa la differenza: è il ponte che collega il Jazz al Beat alla Bossanova in un simposio che ha insegnato le "rivisitazioni" musicali di moda negli anni '00.

"One Note Samba" è il simbolo del passaggio definitivo, ma con la voglia di bossa che permane, senza mollare la presa, se si ascolta con attenzione il piano di Sergio in sottofondo.

Una incredibile rivisitazione avviene con "Day Tripper" di Lennon and McCartney. Difettosa su certi punti di vista, perchè rivisitare un capolavoro è sempre sconsigliato, ma comunque innovativa e avanti con i tempi. E' un modo dire, "ok, facciamo bossa, la nostra mente è aperta"

Il pezzo migliore dell'album è "Agua de Beber", classicissimo di Jobim. Brividi mentre la si ascolta. L'arrangiamento imposto è strettamente bossanova, niente sconti su beat, o influenze del momento varie. Si torna alle radici, e si fa bene. Il pianoforte è chirurgico, come le spazzole dietro a dettare i tempi. Divino ascolto. La differenza la fa la tromba, cupa, con un suono soffocato così da non rompere l'armonia generata dal piano di Mendes. Se ami la bossanova, questa diventerà la tua canzone preferita.

Mendes è un direttore d'orchestra, alla fine dei giochi. Rimane molto in disparte, e ci vuole un orecchio attento per analizzare la sua bravura. Se non lo conosci non te ne accorgi, un po come Bacharach, ma quando stai attento, ne capisci la grandezza.

Continuando con i classici tradizionali brasiliani, troviamo, in chiusura, "O'Pato", che segue la scia trainante dal piano di Mendes, ma tornando ad un testo brasiliano, così che tutto, in chiusura di album, diventa tutto più leggero. sofisticato. ricercato. Insomma, bossanova. che altro?

Leonardo Boni

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